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Dopo "Il quinto evangelo", dove il cardinal Biffi smascherava con il sorriso l'istinto di fabbricarci un cristianesimo su misura, "La Bella, la Bestia e il Cavaliere" porta la stessa lucidità su un terreno più ampio: il destino dell'Occidente. Se prima la satira denunciava il "vangelo" conforme alla mentalità corrente, qui l'allegoria svela la trama culturale che rende possibile quel falso vangelo. Cambia il registro - dal falso documento alla fiaba morale - ma resta l'urgenza: tornare a Cristo per non perdere l'umano.
"La Bella" è la civiltà quando riconosce la propria origine nella verità e nella bellezza che vengono da Dio. Non è estetismo: è l'armonia tra ragione e fede, tra libertà e verità, tra diritto e bene. È la memoria delle radici cristiane che hanno dato all'Europa arte, diritto, università, ospedali. Quando la cultura resta ancorata a questo respiro, l'uomo fiorisce e la società diventa casa.
"La Bestia" è l'Occidente quando recide le radici. Assume molti volti: il relativismo che dissolve la verità, l'ideologia che pretende di rifare l'uomo, il tecnicismo che misura tutto e non adora più nulla, l'emotivismo che scambia il sentimento per criterio. La Bestia promette libertà facile e lascia dietro di sé smarrimento. È la caricatura della misericordia e la negazione della giustizia. Il cardinale non si limita a deplorare: mostra il meccanismo che, negando Dio, finisce per negare l'uomo.
Il "Cavaliere" è la Chiesa e, dentro di essa, ogni battezzato chiamato a vegliare sulla Bella e a combattere la Bestia. Il Cavaliere coltiva la ragione, ama la liturgia, serve i poveri, educa le coscienze. Sa che la verità alla fine vince, ma va difesa e annunciata. Il suo armamentario è da duemila anni sempre lo stesso: dottrina, Sacra Scrittura, sacramenti, opere di carità, istruzione. La sua strategia è antica e sempre nuova: conversione personale, comunità viva, missione permanente.
Il compianto cardinale di Bologna scrive con la sua inconfondibile ironia: battute affilate, immagini limpide, zero compiacimenti. Ma la leggerezza non attenua la diagnosi. L'Occidente è stanco perché ha smarrito il centro. Quando la verità è opzionale, la politica diventa amministrazione del consenso; quando la persona è senza trascendenza, l'etica scivola nel calcolo; quando la Chiesa rincorre il plauso, perde la voce. Per questo l'autore insiste sul primato di Dio: è la condizione per salvare l'umano, non un orpello da tempi andati.
Che cosa propone, in concreto, il Cavaliere? Tre mosse essenziali. Primo: ricostruire l'unità tra fede e ragione, contro l'alternativa falsa che ci vuole o devoti senza cervello o scettici senza cuore. Secondo: restituire spessore alla coscienza, educandola alla verità e non al gusto del momento. Terzo: riaccendere la missione, non come una delle tante proposte del marketing religioso, ma come offerta di vita nuova, dove la misericordia non è amnistia e la giustizia non è vendetta.
Letto dopo Il Quinto Evangelo, questo libro suona come il capitolo successivo dello stesso processo: smontare il finto Vangelo è il primo passo; subito dopo occorre ridare alla Bella un Cavaliere all'altezza. È un appello realistico e pieno di speranza. Se l'Occidente tornerà a inginocchiarsi davanti a Dio, potrà rialzarsi come uomo; se la Chiesa smetterà di chiedere permesso alla Bestia per parlare, potrà di nuovo generare santi. È qui l'apologia più convincente: una bellezza che salva, un coraggio che serve, una verità che rende liberi.
Fonte: La Bussola Mensile, ottobre 2025 (n. 23)




